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STORIA DI PORDENONE

 

pordenone anticaIn epoca romana il nucleo urbano si situava nell'alto corso del fiume Noncello pressappoco nel luogo dove oggi sorge la frazione di Torre come dimostrato dal ritrovamento dei resti di una villa romana. Il luogo venne scelto probabilmente per la presenza più a nord di un ampio guado fluviale.
Con l'inizio del periodo altomedioevale (dal VI secolo) le vie fluviali assunsero maggiore importanza e il nucleo della citta si spostò, di conseguenza, verso valle, in una posizione che permettesse l'approdo di barche di stazza maggiore. La città si sviluppò quindi sulla sponda destra del fiume Noncello, presso una insenatura che approfittava di una "motta" circondata ad ovest dalla roggia Codafora e a nord-est da quella dei Molini. La sua vocazione portuale si evidenziava anche nel nome: Portus Naonis (in latino porto sul [fiume] Naone [Noncello])
Tutto il periodo che va dall'epoca romana fino a circa il X secolo è, comunque, poco documentato. Recenti ritrovamenti nell'area del duomo di San Marco, e in particolare nell'area antistante il municipio e sotto il Palazzo Ricchieri, mostrano che Pordenone era abitata, all'incirca sotto il regno di Berengario, da popolazioni provenienti dalla Carinzia che all'epoca era di cultura slava (Carantani).
Successivamente durante l'XI e il XII secolo, la curtis (corte) fu nelle mani dei duchi e marchesi di Austria, Carinzia e Stiria. Il castello di Torre con un piccolo territorio circostante era, invece, di proprietà dei patriarchi di Aquileia, che successivamente l'avrebbero concesso in feudo ai nobili di Prata e poi permutato con i Signori di Ragogna. Il villaggio di Vallenoncello apparteneva al vescovo di Salisburgo.
Tra il XIII e XIV secolo la frammentazione politica della zona si accentuò ulteriormente perché Corva (attuale frazione di Azzano Decimo) venne data ai di Prata che acquisiranno anche alcune parti di Fiume.
Nel 1282 Pordenone divenne patrimonio personale degli Casa d'Austria rappresentando de facto un'enclave dell'Arciducato d'Austria nel territorio del Patriarcato di Aquileia.
Il 23 agosto del 1318 un furioso incendio distrusse le case di legno della città. Nel 1347 fu inaugurato il campanile, edificato accanto al duomo di San Marco.
La città subì - come in quasi tutte le città del tempo - anche molte pestilenze ed epidemie (nel 1444, 1485, 1527, 1556 e 1576), ma la peggiore avvenne nel 1630 quando morì quasi la metà della popolazione.
Nel XIV secolo l'insediamento di Pordenone si ingrandì notevolmente grazie ai fiorenti traffici commerciali fluviali e nel 1314 le venne conferito lo status di città.
Il 20 aprile 1508 il capitano Bartolomeo d'Alviano entrava in Pordenone, togliendola agli Asburgo per conto della Repubblica di Venezia. Venezia mantenne la città solo per un bienno poiché nel 1509 perse nuovamente Pordenone. Tuttavia nel 1514 lo stesso Bartolomeo d'Alviano la riconquistava definitivamente a Venezia. Venezia non governò direttamente la città, preferendo darla in feudo al condottiero Bartolomeo d'Alviano che la resse a signoria. Alla sua morte, avvenuta nel 1515, gli succedette la consorte Pantasilea Baglioni, e quindi il figlio Liviano fino al 1537.
In quell'anno Pordenone e i territori limitrofi passarono sotto il diretto controllo della Repubblica di Venezia e vi rimasero per più di due secoli e mezzo. La Serenissima mantenne gli statuti della città e ne riconobbe i privilegi già acquisiti durante la signoria degli Asburgo e provvide a riattivare l'economia pordenonese realizzando un nuovo porto e potenziando le attività manufatturiere.
Con la caduta di Venezia, Pordenone subì un primo ritorno all'Austria, seguito dalla parentesi napoleonica. Con la caduta di Bonaparte e il Congresso di Vienna, fu aggregata con il resto del Friuli e del Veneto al Regno Lombardo-Veneto. Con la realizzazione della strada Pontebbana e della linea ferroviaria (1855) decadde il ruolo del porto e del percorso fluviale, ma iniziò ad affermarsi con decisione l'industria. A partire dagli anni 1840 erano sorti numerosi cotonifici che affiancarono le già numerose cartiere e la fabbrica della Ceramica Galvani.
Dopo l'annessione al Regno d'Italia, avvenuta nel 1866, l'introduzione dell'energia elettrica nel 1888 consentì la modernizzazione degli impianti e un incremento nella produzione industriale.
Le distruzioni arrecate dalla Prima guerra mondiale e la crisi del 1929 trascinarono il settore cotoniero in un lento declino da cui non si sarebbe più ripreso. Dopo la Seconda guerra mondiale la Rex, ora facente parte della multinazionale svedese Electrolux, che sino ad allora era una piccola azienda di produzione di cucine economiche con alimentazione a legna o gas, divenne un colosso europeo nel campo degli elettrodomestici, arrivando a occupare molti degli abitanti della città.

Nel 1968 Pordenone diventò capoluogo di provincia. Sino ad allora il territorio della Destra Tagliamento faceva parte della provincia di Udine.

 

La storia dello stemma di Pordenone

 

stemma della città"Di rosso alla fascia d'argento, nella punta il mare, dal quale si innalza un portale di pietra naturale, merlato alla guelfa di tre pezzi, con battenti d'oro aperti, fiancheggiato in ognuno degli angoli superiori del campo da una corona d'oro".


Così recita il Decreto del 19 febbraio 1942 con il quale viene riconosciuto alla città l'uso dello stemma, del sigillo e del gonfalone.

Lo stemma di Pordenone ha, però, origini ben più lontane nel tempo. Esso compare infatti già in alcuni sigilli di Casa d'Austria e precisamente in quello duecentesco di re Ottocaro II di Boemia, in quello trecentesco del duca Rodolfo IV ed in quello quattrocentesco di Federico II. In origine il portale in campo azzurro era posto, sembra, su tre monti verdi; solo in un secondo tempo lo scudo assunse il rosso con fascia d'argento, colori propri della Casa d'Austria, ed i monti si trasformarono in onde del mare, o, meglio, del Noncello.

La nascita ufficiale dello stemma così com'è ora si ha con il Diploma del 16 febbraio 1401, con il quale il duca Guglielmo autorizzava i pordenonesi a modificare il loro sigillo descrivendolo così: "...cum duabus portis aureis in scuto nostro Austriae, super unda maris...". In questo nuovo sigillo, ancora conservato, compaiono le due corone e, sui battenti e sull'arco della porta, le vocali AEIOU che, invenzione di Federico III, vengono interpretate in vari modi, come per esempio "Amor Electis Iniustis Ordinat Ultor", oppure "Austriae Est Imperare Orbi Universo", o ancora "Austria Erit In Orbe Ultima".

Con il passaggio di Pordenone al dominio della Serenissima, nel 1508, la città conserva gran parte delle sue tradizionali autonomie e continua ad usare lo stemma, che viene poi confermato dalla nuova amministrazione austriaca con Sovrana Risoluzione del 7 gennaio 1840 ed anche, come abbiamo visto all'inizio, dal Regno d'Italia nel '42. Pordenone si fregiava del titolo di città e vantava il possesso di uno stemma fin dal XIV secolo, come attestano vari diplomi dei dichi d'Austria, ma ha avuto bisogno del riconoscimento ufficiale del 1840 in quanto l'ordinamento del Lombardo-veneto concedeva il diritto di usare automaticamente gli antichi stemmi solo alle città "regie" che nelle Provincie venete erano nove, mentre le altre ventidue semplici "città", fra le quali Pordenone, potevano veder confermato tale privilegio solo presentando documenti ed appropriati titoli e tradizioni.

Lo stemma pordenonese è abbastanza eloquente e non avrebbe bisogno di essere spiegato. Ad ogni buon conto ricordiamo che la porta spalancata sulle onde sta a significare l'importanza della città come porto fluviale sul Noncello, porto che permetteva facili collegamenti e commerci via acqua con Venezia e l'Adriatico, mentre le due corone auree testimoniano della piena potestà giudiziaria di cui godeva.

Come in ogni altra città, i destini e lo sviluppo della Comunità sono stati per lunghi anni, nel bene e nel male, nelle mani della nobiltà, prima feudale e poi di estrazione borghese, con l'affermarsi di famiglie che emergevano per i loro meriti e le loro attività. A Pordenone al nucleo iniziale di famiglie nobili più antiche, come quelle dei Popaite, Silarini, Ricchieri, Mantica, Spelladi, Franceschinis, de Gregoris, Prata, Fontana, Rorario, Tura, Biscotti e Crescendoli, si aggiungevano numerose altre che, nel corso degli anni, fiorivano, decadevano o si estingievano: Albertis, Amalteo, Avanzo, d'Aviano, Asteo A Zocco, Badini, Barbaleni, Basalù, Baseia, Battistini, Benvenuti, Bernardis, Bianchi, De Bollis, Bombardieri, Bonifacio, Bosati, Brunetta, Camolli, Camozzo (detti anche Capretto o Edo), Carbo, Carli, Casetta, Cattaneo, Cristofori, Comini, Cortona, Criselda, Crispini, Dato, Domenichinis, Fenicio, Ferro, Fossati, Freschi, Frescolini, Galvani, Gerardi, de Lauttis, Lorenzini, Malossi, di Maniago, Marchetti, Marini, Marone, Medicis, Meduna, Michelin, Milesi, Mottense, Montereale-Mantica, Natalis, Nerlis, Novelli, Onofris, Patavino, Pera, Pinali, Pittoni, Policreti, Polinoro, Pomo, Porta, de Quechis, Ragogna-Torre, Ravenna, de Renaldis, Rossi, Rossitis, Sacchinese (detti anche Regillo), Savini, Sbrojavacca, Scotti, Serrario, Tengolo, Tiberone, Tinti, Todeschini, della Torre, Ungrispach, de Valle, Villalta, Volpini, Zaffoni, Zanchi, Zoppola... Oltre a tutte queste, infine, vanno ricordate anche altre famiglie di nobile lignaggio che, pur non avendo i titoli, per fare parte del Consiglio della Magnifica Comunità, risiedevano in città e partecipavano attivamente alla sua vita economica, culturale e sociale, come gli Altan, Amman, Aprilis, Concina, Correr, Dolfin, Dominin, Emiliani, Farlatti, Fiano, Floridi, Formentini, della Frattina, Gabrieli, Gozzi, Loredan, Madrisio, Ottoboni, Panciera, Porcia, di Prampero, Priuli, Querini e Varmo.

Tullio Perfetti (Direttore Archivio di Stato di Pordenone)

 

 

 

 

 

 

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